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venerdì 2 settembre 2011

Intervista a Elio - bis


L'intervista a Elio uscita sul Corriere dell'Umbria di venerdì 2 settembre 2011.


Il Caffè Latino è un locale parecchio fashion che s'affaccia sulla placidità delle sei del pomeriggio di piazza Matteotti, nel cuore di Città di Castello. C'è un tizio in pantaloni corti seduto su un divanetto all'angolo del gazebo che sta sfogliando il programma del Festival delle Nazioni. Fischietta, e aspetta il suo tè caldo, accerchiato da una piccola corte di giornalisti, fotografi e addetti stampa. Tre o quattro ragazzini che stanno attraversando la piazza si fermano a guardare, si danno di gomito. Forse l'hanno visto in televisione, forse lo conoscono per il pezzo di storia della musica pop italiana che ha scritto insieme alla band di cui è il frontman da trent'anni. Evidentemente sono eccitati da quella vista, ma non stupiti. Lo sanno di sicuro anche loro che da lì a poche ore quel tizio farà uno spettacolo in città, proprio per il Festival. Magari loro non c'andranno, perché a sedici anni è difficile che uno finisca in un teatro a vedere Gian Burrasca, ma questo vuol dire poco. Quello è Elio, dicono, Elio che aspetta un tè in un bar di Città di Castello. Poi il tè arriva, lui se lo beve, e in un paio di minuti è pronto. Intervista. Collettiva.

Prima la televisione, poi la carta stampata: tutti, uno dopo l'altro, parlano, tutti possono ascoltare. E voi, adesso, leggere. Per cominciare citano Wikipedia e gli chiedono cosa è cambiato dai tempi di John Holmes. "Venti chili in più", dice lui. Poi sembra farsi serio: "Artista? Musicista? Giudice? Io in realtà sono nient'altro che un uomo del fare". Come non detto. "Ma soprattutto del fare bene, o almeno del tentare di fare bene le cose", e qui è serio davvero. E' un concetto su cui insiste, e non da oggi: "La gente dà sempre meno valore alla capacità di far bene le cose. Vale per chi fa musica, chi fa teatro, chi fa televisione".

Lui in effetti ne fa tante, e tutte egregiamente. Magari molta gente lo identifica con l'Elio giudice di X-Factor e nulla più, ma poco male. "I preparativi dell'avventura su Sky? Stanno andando bene. Morgan pare pure essere tornato in sé". Notiziona. Poi la politica. E' vero che non sei di sinistra, come titolava un paio di mesi fa Vanity Fair? "Sì e no. Voto la gente onesta, tutto qua. E questo centrodestra di certo non lo voterei mai. Anche se dall'altra parte... E' una bella lotta. Ma era grosso, il titolo?". Pare di sì. E l'Italia? Se quindici anni fa era la terra dei cachi oggi cos'è? "La terra dei cachi marci". Semplice. Quanto a Gian Burrasca, "ormai so che non è più solo una mia idea, ma che alla gente piace. È una certezza". E infatti la sera, a San Domenico, cinquecento persone. Poi precisa: "Tutti a chiedermi quanto si somigliano Elio e Gian Burrasca. Ma guardate che il vero Gian Burrasca è Lina Wertmuller (regista dello spettacolo, ndr)".

E ancora il baseball - "come mi piacerebbe tornare a commentare le partite" -, e la Milano di Pisapia. "Ancora non è successo niente. È adesso che il gioco si fa duro". Mangoni, ovviamente, aspetta una telefonata da Palazzo Marino. "Forte dei suoi 1.068 voti", dice Elio, pure qui serissimo, "si merita senz'altro un incarico di responsabilità. Un assessorato no, ma certamente una delega per occuparsi in qualche modo di cultura". E se la Dandini trasloca a La 7? "Magari la seguiamo. È una che ci fa fare quello che vogliamo". Ultima cosa, dicci del nuovo disco degli Elio e le storie tese. "Ci stiamo lavorando. E se ci danno la direzione artistica o il Dopo Festival andiamo pure a San Remo".

sabato 16 luglio 2011

Intervista a Niccolò Fabi


L'intervista a Niccolò Fabi uscita sul Corriere dell'Umbria di sabato 16 luglio 2011.

Un tour da solo durato tutta la primavera. Poi di nuovo in giro, ma stavolta con la band, come sempre, come s’è abituato a fare in quasi vent’anni di carriera. In questo suo peregrinare domani Niccolò Fabi si ritrova a far tappa anche a Papiano, per uno degli appuntamenti più attesi dell’edizione 2011 di Musica per i Borghi.

“Il Solo Tour è stato un’esperienza bellissima”, dice. “Avventurosa. Perché non era un concerto comunemente inteso, con me sul palco a fare, voce e chitarra, le mie canzoni più famose. No, era uno spettacolo teatrale vero e proprio, con degli oggetti con cui interagire, degli strumenti, una loop station per campionare i suoni. Un regista. Uno spettacolo articolato, impegnativo dal punto di vista tecnico ed emotivo. E sia per l’adesione e la partecipazione del pubblico che per la resa è stata forse la cosa più potente che abbia mai fatto”.

E adesso sei nel pieno del tour estivo.

“Già. Porta un clima più leggero, c’è il gioco del suonare insieme, la maniera di condividere i concerti con gli altri, sul palco, coi miei amici. Bob (il cantautore e chitarrista Roberto Angelini, ndr), per esempio, è una presenza continua, una colonna. Lui non manca mai, e poi ci sono dieci dodici musicisti che si alternano, tutta gente dell’Angelo Mai, questo spazio fantastico dove si incontrano artisti di ogni sorta, questa fucina inesauribile di idee e di talenti”.

A proposito di amici, nel nuovo disco di Daniele Silvestri, uscito pochi mesi fa, c’è un bellissimo pezzo che cantate insieme. Com’è nata Sornione?

“Ci siamo ritrovati dopo anni passati parallelamente, come accade in molti rapporti. Io e Daniele eravamo stati molto vicini nei primi anni Novanta, quando abbiamo cominciato. Eravamo molto giovani, e abbiamo condiviso parecchie cose. Poi, per un po’, abbiamo imboccato strade differenti, e la nostra vicinanza è rimasta tale solo negli articoli di giornale in cui ogni tanto si evocava la cosiddetta scuola romana. Quindi, e pure questo dipende dall’evoluzione naturale delle esistenze, ci siamo riavvicinati. In particolare dopo il concerto del 30 agosto scorso a Mazzano Romano. Passato un po’ di tempo da allora, Daniele è venuto da me e m’ha fatto ascoltare questa canzone incompleta, chiedendomi se mi andava di dargli una mano a portarla a termine. E così, ecco Sornione”.

Cosa avverti di diverso tra la tua generazione e quella che muove i suoi primi passi nella musica oggi? A Roma, soprattutto, visto che di scuola romana ormai non si parla più già da tempo.

“Io penso che la mia generazione abbia avuto la fortuna di prendere l’ultimo treno buono. Anche allora si intravedeva l’inizio del tramonto della discografia, ma c’era ancora chi riusciva a strappare un contratto per cinque dischi. Cosa inimmaginabile, adesso. Oggi i ragazzi che cominciano a fare musica sono più disillusi, ma hanno le idee molto più chiare di noi: c’è chi già sa che vuole finire a X-Factor, chi ad Amici, chi invece vuole entrare nei circuiti indie. E poi, per un cantautore è più difficile che per una band che fa rock. Perché un cantautore ha bisogno di un disco, ha bisogno che la gente ascolti le sue canzoni con calma, anche nell’intimo e non solo dal vivo. Detto questo, Roma storicamente ha avuto grande abbondanza di cantautori, e ancora ne ha. Prendi quelli che passano al Mai, ma non solo quelli. Magari adesso pagano un po’ l’attenzione montata intorno alla solita scuola romana di quasi vent’anni fa. Sono i cicli della vita”.

Hai detto che se c’è un musicista con cui ti piacerebbe suonare, oggi, questo musicista è Sufjan Stevens. Perché?

“È uno che rappresenta al meglio un certo modo di rapportarsi liberamente alla canzone partendo da canoni folk. In America ce ne sono parecchi. Lui, in particolare, sa mescolare egregiamente la tradizione con elementi di orchestralità, la malinconia con l’euforia. E io sento di non essere troppo lontano da questo suo spirito”.

mercoledì 4 maggio 2011

Intervista a Cristina Donà

L'intervista a Cristina Donà uscita sul Corriere dell'Umbria di mercoledì 4 maggio 2011.


Sembra incredibile, ma Cristina Donà a Perugia non c’ha mai suonato. Quindici anni di carriera, cinque dischi, la reputazione meritata di cantautrice raffinata e potente, eppure è così. Una specie di tabù, che verrà sfatato venerdì, per il gran finale della seconda edizione degli Incantevoli, la provvidenziale rassegna della Musical Box che ha dato un’anima musicale a questo primo scorcio di 2011 perugino.

“Finalmente”, dice lei. “E poi pare che il Morlacchi sia uno dei teatri più belli d’Italia”. Scorre i nomi di chi l’ha preceduta nel programma della manifestazione, e s’accende. “Con Brondi suonano due dei miei musicisti storici. Bobo Rondelli, poi, lo seguo da una vita. È un pazzo furioso con classe da vendere”.

Beh, la classe non manca neanche a lei. Prendete il disco che ha pubblicato il gennaio scorso. Torno a casa a piedi è la splendida prova di maturità di un’artista che non ha mai sbagliato un colpo. E che oggi, diventata mamma, forse ha scritto la migliore raccolta di canzoni della sua carriera.

“Sì, a distanza di quattro mesi dalla sua uscita il disco mi piace ancora molto. Anche se come capita sempre dal vivo alcune canzoni risultano superiori alla versione da studio. E sì che non abbiamo avuto nemmeno troppo tempo per provarle. Fino a fine febbraio sono stata impegnata con una promozione incalzante, e col bimbo piccolo proprio non ce la facevo a far partire anche il tour. E così la prima data è stata il 25 marzo”.

Quanto ti pesa, lasciare tuo figlio a casa?

“Tantissimo. Già è difficile, e delicato, abituare il bambino all’idea che la mamma fa un mestiere del genere. Per me, poi, è come una doppia bretella. Da una parte c’è il cuore, il dolore di quando devi separarti dalla cosa più straordinaria che ti sia capitata nella vita. Dall’altra però c’è la musica, ci sono i concerti: suonare è un’altra parte di cuore, per me, non posso farne a meno. E quando poi sono sul palco, in ogni caso, sono contenta”.

Sarai tu, insieme a Daniele Silvestri, a chiudere la prima edizione salentina di Italia Wave, a luglio. L’addio alla Toscana, sede storica di IW, non è una buona notizia per il circuito dei grandi festival italiani. Che segnano il passo un po’ dappertutto. Tu sei stata tra i protagonisti del Tora Tora, il festival itinerante di Manuel Agnelli e della Mescal che girava la Penisola nei primi anni Zero. Cos’è cambiato da allora?

“Indubbiamente è un periodo difficile. Ci sono Paesi che sull’arte e sulla cultura adesso investono ancora di più, perché pensano che siano un formidabile motore di sviluppo. In Italia purtroppo non è così. Secondo me c’è dietro un progetto di appiattimento e imbarbarimento, perché se è imbarbarita la gente è più facile da gestire. Manuel dice che si tratta più che altro di inettitudine. Io dico l’una e l’altra cosa. E a destra e a sinistra, tranne poche eccezioni, la vedono più o meno alla stessa maniera”.

Ma tu pensi che per certi versi si sia perso anche lo spirito di quegli anni?

“Non credo. Io non sono mai stata un’organizzatrice, mi sono sempre accodata. La mia voglia di fare le cose insieme agli altri è testimoniata più che altro dalle tante collaborazioni di cui riempio i miei dischi. Però Manuel, ad esempio, ha sempre creduto che l’unione fa la forza. Lo dimostra l’operazione che ha fatto a Sanremo (nel 2009, con la conseguente compilation di musicisti indie Il Paese è reale, ndr). E credo che stia provando a rimettere insieme il Tora Tora”.

Il live, dicevi, è una dimensione essenziale, per te. Un disco dal vivo, però, ti manca.

“Ci sto pensando. Ne discuto da tempo col mio manager, lui dice che nell’era di YouTube già si trova tutto in rete, che non ha senso. Però la qualità è quella che è, un disco, registrato per bene, è una cosa diversa. E poi mi dicono tutti che rendo più dal vivo che in studio. Chissà, magari prima o poi il live riesco a farlo”.

giovedì 31 marzo 2011

Intervista a Vasco Brondi - Le luci della centrale elettrica

L'intervista a Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica, uscita sul Corriere dell'Umbria di giovedì 31 marzo 2011.


La prima volta che è passato da Perugia aveva la chitarra a tracolla e poco altro. Era un ragazzino, Vasco Brondi, che girava l’Italia in treno o con la sua vecchia Fiat Uno a metano. Lo precedeva una piccola fama sotterranea che un poco doveva anche al nome altisonante che aveva scelto per farsi conoscere e riconoscere come cantastorie. Le luci della centrale elettrica. Nome post-moderno, una bomba.

“Ci pensavo giusto ieri”, ricorda adesso. “Per quanto Perugia sia una città piccola, decentrata, l’ho toccata in ognuna delle fasi fondamentali del mio percorso. Prima venni al Loop, questo locale piccolissimo perso in una stradina del centro, con trenta persone davanti e Paolo Vinti a declamare. Passammo quasi tutta la cena a parlare di lui, io e Prinz. Poi, per il tour del primo disco, feci tappa all’Urban, con Giorgio Canali e gli altri. Cominciammo a suonare tardissimo, e il locale era zeppo di gente, e l’atmosfera così calda che non ricordo più nemmeno come finì quella notte. E infine, dopo il secondo disco, eccoci qua. Addirittura al Morlacchi”.

Al Morlacchi, già, per gli Incantevoli. L’appuntamento con Brondi di stasera è probabilmente il più atteso dell’intera manifestazione della Musical Box, il piccolo gioiello dell’ineffabile duo Piazzoli-Prinz. Un po’ la chiusura di un cerchio, per questo ragazzo ferrarese che canta e parla come un fiume in piena.

“È vero. Non era detta che riuscissimo a venire a Perugia. Questo è un tour che tocca tutti posti grandi, da mille persone. Poi è arrivata questa proposta, e l’abbiamo colta al volo. Tra l’altro, si tratta dell’unica data in un teatro. Infatti ho preparato qualcosa di diverso. Sarà sempre e comunque un concerto all’attacco, non è che per il fatto di essere in un teatro bisogna celebrare una messa, però è vero che il grado di attenzione e di concentrazione del pubblico sarà superiore rispetto al solito. Quindi ci scapperà qualche lettura, roba tratta dal mio libro e non solo. Più alcune canzoni di altri autori rimaneggiate ben bene”.

Dopo Canzoni da spiaggia deturpata tutti erano curiosi di vedere come sarebbe stato il tuo secondo disco. Con l’esordio avevi sparigliato le carte, avevi portato un elemento di rottura nel panorama indie italiano. Con che approccio ti sei accostato al tuo lavoro successivo?

“Con un approccio più semplice di quello degli ascoltatori. Semplicemente, ho fatto quello che mi veniva più naturale fare. Ai tempi del primo disco non m’ero nemmeno reso conto di essere così di rottura, anche perché non ascoltavo tutta la musica che per forza di cose mi ritrovo ad ascoltare adesso. E poi penso che chi da Per ora noi la chiameremo felicità si aspettasse una sorta di seconda opera prima, una rottura ulteriore, sbagliasse di grosso. Prendi gli altri, per esempio i Bachi da Pietra o i Massimo Volume. I loro nuovi dischi sono bellissimi, ma hanno la loro solita voce. Io da un disco voglio che mi assomigli, che mi rappresenti. Non è che mi metto lì a spremermi per fare uscire qualcosa di rivoluzionario. Non si tratta di un nuovo modello della Fiat o della Ford. Però è vero che coi primi due dischi e col libro, li chiamo Trilogia della Periferia, ho chiuso una pagina”.

E adesso?

“Non so ancora bene. Sicuramente ho delle idee sulla direzione da prendere. Ma è perché mi sento così, non è che sto a teorizzare. Certo, il prossimo disco sarà diverso, ma sarà comunque riconoscibile come un disco mio. Intanto quest’estate farò un altro tour, festival e tutto. Poi vedremo”.

sabato 19 marzo 2011

Intervista a Alberto Ferrari - Verdena


L'intervista ad Alberto Ferrari dei Verdena uscita sul Corriere dell'Umbria di venerdì 18 marzo 2011.

Un disco doppio che schizza subito al secondo posto nella classifica di vendite già di per sé è qualcosa di insolito. Se poi questo disco non è un greatest hits o comunque un’operazione smaccatamente commerciale, la cosa comincia a diventare sospetta. Insomma, cosa c’è dietro il successo clamoroso dei nuovi Verdena? Difficile dirlo. Bisognerebbe chiederlo alle centinaia di persone che hanno già comprato i biglietti per i due concerti che la band bergamasca terrà all’Urban di Perugia sabato e domenica. Date sold out da un pezzo, come molte altre del tour.

“Non c’era mai capitata una cosa del genere”, dice Alberto Ferrari, voce e chitarra della band. “I nostri dischi sono entrati più o meno sempre nelle top ten, ma mai nei primi tre. Mai al secondo posto, mai così in alto per così tanto tempo. Non riesco proprio a capirlo, il meccanismo che è scattato. So solo che ci fa un casino di piacere. Come mi fa piacere il fatto che disco dopo disco guadagniamo sempre più il rispetto della critica. All’inizio dicevano che non sapevamo neanche suonare, adesso tutti ad applaudirci”.

D’altronde la crescita dei Verdena negli anni è evidente. Però la decisione di mettere ben ventisette pezzi nel nuovo album Wow ha spiazzato molti. Come ci siete arrivati?

“Guarda, è un po’ strano. Noi scriviamo moltissimo. A un certo punto i pezzi erano novanta. E volevamo registrarli tutti. Poi, anche sotto le pressioni di chi ci stava intorno, abbiamo deciso di registrarne una trentina. Però eravamo affezionati a tutti, e li abbiamo tenuti. Abbiamo anche provato a metter su scalette differenti con quindici o sedici brani, ma non funzionava. Il disco si regge così. È quasi un pezzo unico, una specie di super-matrioska”.

Alla Universal, però, non avranno fatto salti di gioia.

“No. La guerra per il disco doppio è durata quindici giorni. All’inizio c’avevano detto che i vertici non erano per niente d’accordo, e hanno cercato di farci cambiare idea. Poi, ascolto dopo ascolto, anche loro si sono accorti che avevamo ragione”.

Tornando ai motivi del vostro boom, ci sarà anche il fatto che siete tra i pochi rockettari della vostra generazione? Negli ultimi anni c’è stato tutto questo fiorire di cantautori, la famigerata leva degli anni Zero, ma rock vero e proprio poco.

“Non c’avevo mai pensato, ma in effetti non sono molti quelli che sono emersi. E dire che secondo me ci sono ancora molte band che rockeggiano, qua a Bergamo è pieno. Prendi gli Spread, sono fortissimi. Però non fanno il salto”.

Quando avete cominciato eravate giovanissimi. E la vostra cultura musicale, inevitabilmente, ancora limitata. Quali sono stati i musicisti che v’hanno aperto orizzonti nuovi? Hai detto che recentemente hai ascoltato molto i Beach Boys, e in effetti in Wow è facile trovare degli echi wilsoniani.

“Sì, per questo album Wilson è stato una nuova chiave di lettura. Da tempo non facevo una scoperta che mi entusiasmasse così. In generale, da Requiem (il penultimo album, datato 2007, ndr) in qua abbiamo ascoltato molto Miles Davis, Charlie Parker, un sacco di jazz. E i Queen. Abbiamo voluto buttarci su roba nuova, avevamo assimilato troppo quel che sentivamo da giovani. E ci siamo resi conto che c’è ancora un sacco di musica che ci piace, in giro”.

E quanto al modo di comporre? Una volta oltre la formuletta strofa-ritornello-strofa non andavate, adesso è tutta un’altra storia.

“Assolutamente. Stiamo cambiando di brutto. Proviamo arrangiamenti e strutture sempre nuove. I ritornelli non riusciamo neanche più a trovarli. Anzi, le regole mi danno sempre più fastidio. L’unica cosa che rimane è la melodia. Da quella non mi schiodo. Saranno tutti i Beatles che ho ascoltato da piccolo. Ma chissà, magari un giorno faremo un disco senza traccia di melodia. Tipo i Pantera. O i Black Flag”.

Ma lo dice ridendo.

mercoledì 29 dicembre 2010

Intervista a Vinicio Capossela

L'intervista a Vinicio Capossela uscita sul Corriere dell'Umbria di oggi, mercoledì 29 dicembre.


Sergio Piazzoli è un uomo indaffarato. E meno male. Non solo perché se non ci fosse lui con la sua Musical Box ad organizzare concerti per tutto l’anno su e giù per l’Umbria noi certa musica dal vivo non sapremmo nemmeno come è fatta. Pare che se Piazzoli non fosse un uomo indaffarato, per esempio, stasera non potremmo sentire un concerto di Vinicio Capossela al Teatro Morlacchi. “L’ho invitato venire a una delle date che faccio sempre sotto Natale, ma lui non poteva. E allora, mi sono detto, vado io a Perugia”, spiega Vinicio.

Forse scherza, forse no. Lui e Piazzoli sono amici da anni. Pochi in meno dei venti esatti trascorsi dall’uscita del primo disco di Capossela, All’una e trentacinque circa. “Sergio è stato uno dei primi promoter a organizzare i miei concerti. Il primo in assoluto fu all’After Bomb di Terni, poi ce ne fu uno alla Sala dei Notari, a Perugia. Da quel momento è nato un rapporto di amicizia, e soprattutto una sorta di complicità nei confronti della musica. Che si basa non tanto sui miei concerti organizzati da lui, quanto su quelli che andiamo a vedere insieme. Per Umbria Jazz, per Rockin’ Umbria, quando capita. E poi m’ha ospitato diverse volte nella sua casa di Perugia, ho avuto modo di conoscere gente e luoghi a cui ormai sono molto legato”.

Però era da tanto che non passavi a suonare da queste parti.

“Già. L’ultima volta è stata nel 2003, c’era ancora il Turreno. Stavolta, poi, l’occasione era imperdibile. Il Morlacchi è splendido. Ricordo che ne fui fulminato quando ci sentii Joao Gilberto, nel ’96. Diciamo che quello di stasera è il coronamento perfetto del mio rapporto con Sergio e con la città. Non a caso il concerto si baserà principalmente sul repertorio dei primi dischi, e anche la formazione è d’annata. Ci saranno Enrico Lazzarini, Mirco Mariani, Giancarlo Bianchetti, Piero Odorici e un grande ospite speciale come Jimmy Villotti, che aveva suonato proprio nel mio primo disco”.

Voltiamo pagina. I tuoi prossimi concerti, dopo Perugia, saranno a Parigi, per San Valentino, e a Londra, il giorno dopo. D’altronde ormai il tuo spessore internazionale è riconosciuto. Cosa cambia, per te, quando suoni all’estero?

“Beh, suonare fuori è sempre un’avventura. Per certi versi sei più libero di rinnovare la tua musica, però c’è la barriera della lingua, non roba da poco. Per questo cerco sempre di impararmi due o tre formule nella lingua del posto per dare al pubblico delle chiavi di lettura. A New York, per esempio, abbiamo suonato la prima volta nel 2007, in un posto che si chiama Joe’s Pub. Fu un vero e proprio spettacolo, non solo musica ma anche tanto entertainment. Quest’anno, invece, abbiamo fatto un tour intero, affittando un tour bus e toccando New York, Toronto, Montreal, Chicago, San Francisco e Losa Angeles. È molto affascinante, anche se non è semplice portarlo avanti nel tempo”.

Dall’America a casa nostra. Lo scorso novembre hai fatto un’apparizione a sorpresa al Mei (il Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza. Credi che rispetto a vent’anni fa per un giovane emergere sia più complicato o più semplice?

“Al Mei ho cantato tre canzoni al concerto del mio vecchio amico Mirco Mariani. Qualche tempo fa m’aveva proposto di partecipare al suo nuovo progetto, che si chiama Saluti da Saturno. Hanno realizzato questo disco che si intitola Parlare con Anna, dove io canto tre brani. Gli stessi che ho cantato al Mei, per l’appunto. Quanto a chi comincia a suonare oggi, credo che possa sfruttare le grandi opportunità della tecnologia. Produrre musica di buon livello è molto più semplice ed economico di una volta. Allo stesso tempo, le grandi produzioni industriali hanno gli stessi costi elevati di prima, a dispetto del clamoroso calo delle vendite. È una situazione difficile, e difficilissimo è trovare delle soluzioni”.

Ma c’è qualcosa che ti piace, nella scena indipendente italiana?

“Certo. Per esempio Edda, l’ex cantante dei Ritmo Tribale, l’anno scorso ha fatto un bellissimo disco, Semper Biot: m’ha veramente colpito. Poi c’è tutta la nuova leva cantautorale, tipo Brondi o Dente. Ma io sono molto legato ai vecchi. Prendi lo stesso Villotti. O ancora i tanti musicisti con cui collaboro: Alessandro ‘Asso’ Stefana e i suoi Guano Padano, Vincenzo ‘Braccio Elettrico’ Vasi, Zeno De Rossi. E infine mi piacerebbe citare un gruppo di Barcellona. Si chiamano Cabo San Roque. Fanno musica meccanica, costruiscono degli strumenti eccezionali. Qualche tempo fa mi hanno chiesto di cantare un pezzo nel loro disco, una poesia di Verdaguer in catalano, si intitola L’Atlàntida. Così io gli ho chiesto di suonare la loro fantastica orchestra meccanica nel mio nuovo album, che ho appena finito di registrare e uscirà a marzo. In tempi di crisi il baratto tra musicisti va molto di moda”.

venerdì 3 dicembre 2010

Intervista a Federico Dragogna - Ministri

La versione integrale dell'intervista a Federico Dragogna dei Ministri, uscita sul Corriere dell'Umbria di oggi, venerdì 3 dicembre.

Domani sera all’Urban, a meno di due mesi dall’uscita del loro nuovo disco Fuori, arrivano i Ministri. Una carriera fulminante, la loro. Dalla scena indie milanese a piccola icona del rock italiano – di un rock quasi main-stream - in una manciata di anni. Considerando quanto poco tempo è passato dai loro esordi al momento in cui sono stati messi sotto contratto da una major come la Universal, un caso pressoché unico, dalle nostre parti. Federico Dragogna, chitarrista e mente del gruppo, lo sa.

“Il merito è della concorrenza”, dice. “Noi abbiamo sempre creduto moltissimo in quello che facevamo, e ci siamo impegnati al massimo fin dall’inizio per emergere. Ma il guaio è che la situazione del rock italiano è allarmante. Per questo siamo arrivati alla Universal così presto”.

Pare che tu dia per scontato il fatto che essere pubblicati da una major, per una band che viene dall’underground, sia un punto di arrivo. Pensi che non sia possibile fare buone cose anche con label indipendenti?

“In America o in Gran Bretagna esistono molte etichette indipendenti con peso e soldi da investire, con grande talento e capacità. Lì una major può anche non essere necessariamente un punto d’arrivo. In Italia è diverso. Basta pensare che per la legge italiana l’etichetta discografica nemmeno esiste, come soggetto giuridico. Poi, io posso parlare del caso nostro. All’inizio avevamo addirittura fondato una nostra label. Poi, due mesi dopo il primo disco, sono arrivate le proposte della Sony e della Universal. Alla fine abbiamo scelto la Universal e siamo soddisfatti. A loro piaceva il fatto che il nostro principale interesse fossero le canzoni, al di là degli atteggiamenti o delle prese di posizione politiche. A noi è andate bene perché dopo un anno e mezzo di lotta abbiamo ottenuto il contratto che volevamo”.

Cioè?

“Diritto di veto su tutto. Dalle copertine alle foto, dalle pubblicità ai comunicati stampa. E il bello è che questo diritto non siamo mai stati chiamati ad esercitarlo”.

I Ministri sono in piena età da X-Factor. Che ne pensate dei talent-show e di chi ci va?

“Premetto che non possiedo un televisore, per cui il mio è un giudizio senz’altro monco. Detto ciò, di buono c’è che i talent-show possono aver messo il grande pubblico in rapporto con gli aspetti meno superficiali della musica, con quel che c’è dietro a una canzone, con le questioni tecniche. D’altra parte, c’è questo rispetto sempre e comunque dell’autorità degli anziani che non può funzionare. Se formi i ragazzi su musica vecchia, non puoi cavarne molto. Gli autori di riferimento, poi, sono pessimi. È il problema della musica pop italiana, che a differenza di quella inglese o americana non è per niente curata. Io adoro il pop ben fatto, adoro Robbie Williams, i Simply Red, penso che persino Toxic di Britney Spears sia un pezzo da paura. Ma in Italia non c’è cura. Salvo in parte Tiziano Ferro: per il resto ascoltiamo canzoni con basi quasi midi, con testi raffazzonati. È il brutto pop che fa male, non il pop in sé”.

Girando su internet c’è caso di imbattersi in siti che ai fan dei Ministri consigliano di ascoltare anche artisti come Dente, Le luci della centrale elettrica o i Baustelle. Ma secondo te c’entrate davvero qualcosa, con loro?

“Guarda, con Dente e Le luci siamo innanzitutto grandi amici. Andiamo a cena insieme, ci vediamo spesso. In generale, con loro condividiamo un certo modo di vedere le cose. Tutti vogliamo crescere, cantando in italiano, siamo molto ambiziosi…”.

Un momento. Un flash: agosto 2009, Festival del Roccolo, a San Giustino. Sul palco, prima Dente, poi voi. Non erano esattamente parole carine quelle che vi siete detti durante i vostri rispettivi concerti. Siete diventati amici o era una messa in scena?

“Certo che era una messa in scena. Quella sera ci siamo divertiti moltissimo! La gente ci prendeva sul serio, e questo ci divertiva ancora di più. Fantastico”.

Chiudiamo uscendo dal recinto musicale, come non piacerebbe ai tipi della Universal. Ci salireste in cima alla Torre di Pisa in appoggio alle proteste degli universitari contro la riforma Gelmini?

“Ma non siamo abbastanza famosi da poter essere utili. Io credo che ognuno debba cominciare a impegnarsi nel suo piccolo, nel suo territorio. Qua a Milano suoniamo spesso gratis quando si tratta di sostenere cause che riteniamo giuste: al Conchetta, in piazza, dappertutto. In generale ci piacciono i progetti dal basso, per questo abbiamo rifiutato Grillo e altri. I grandi contenitori non servono a nulla, non educano la gente a un rapporto diretto con la realtà. A che serve fare un bonifico a occhi chiusi? Detto questo, le manifestazioni di questi giorni sono sacrosante. Ma anche nelle singole facoltà ci sono tante piccole cose che non vanno. La mia idea è che si dovrebbe partire proprio da lì, impegnarsi a risolvere i problemi alla portata di tutti, prima di arrivare a protestare contro un progetto di riforma che è già al Senato”.

venerdì 12 novembre 2010

Intervista a Tommaso Cerasuolo - Perturbazione


Di seguito pubblico la versione integrale dell'intervista a Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione, uscita in forma ridotta sul Corriere dell'Umbria di oggi. Dove peraltro si dice che il concerto allo Skylab di Terni è stasera. Un grave refuso, di cui mi scuso. Il concerto, infatti, è domani, sabato 13 novembre.

Ah, i Perturbazione. Grande band. Pop-rock garbato e intelligente, merce rara davvero dalle nostre parti. Sabato sera suonano allo Skylab di Terni, che tra l’altro è pure un gran bel posto per sentirsi un concerto. Il tour segue Del nostro tempo rubato, quinto disco da studio della band piemontese uscito la scorsa primavera, che segna il ritorno a una etichetta indipendente (la Santeria) dopo la tribolata esperienza con la Emi, durata non a caso solo il tempo di Pianissimo Fortissimo del 2007. Un disco doppio, composto da ventiquattro brani. Roba da pazzi, quasi. Ma basta ascoltarlo per capire perché i Perturbazione non hanno voluto scartare neanche una canzone: sono tutte ottime. E soprattutto sembrano tutte urgenti, necessarie.

“È così”, dice il cantante Tommaso Cerasuolo. “Negli ultimi lavori ci eravamo molto chiusi in noi stessi. C’era tutta una serie di veti reciproci che aveva fatto venire fuori un suono molto ‘medio’, quasi un prototipo del ‘suono Perturbazione’. In ogni caso, una roba molto arrotondata. Così a un certo punto ci siamo detti che volevamo sentirci più liberi. Che volevamo più spigoli. Quando ci dedicavamo ai progetti paralleli, ci riuscivamo, e allora perché non avremmo dovuto con i Perturbazione? È stato un periodo lungo, in cui abbiamo rivisto il nostro modo di comporre. Prima i testi li scrivevamo quasi solo io e Gigi (Giancursi, il chitarrista, ndr), stavolta c’hanno messo le mani tutti. Così come per le melodie. E il risultato ci soddisfa molto”.

Certo che un disco doppio la Emi ve l’avrebbe fatto fare difficilmente.

“Non lo so. Sai, il problema con loro è stato tutto nel modo di lavorare. C’era questa atmosfera costante del ‘c’è la crisi’, ‘tutto va male’, sempre a fasciarsi la testa. Non ci piaceva. E a loro, evidentemente, non piacevamo troppo noi. Ma va bene così. Detto questo, non credo che l’indipendenza sia una bandiera da portare, un ghetto in cui rinchiudersi. Non ci dispiacerebbe raggiungere un pubblico più ampio. Ma non ad ogni condizione”.

Quando nel 2002 uscì In Circolo la parola “indie” in Italia faceva rima quasi esclusivamente con “rock”. Quello ruvido di Afterhours e Marlene Kuntz, quello elettronico dei Subsonica. Il vostro disco fu un caso isolato. Oggi, si sente molta più roba simile al vostro pop-rock, per usare un’etichetta che in due parole possa identificare la vostra musica. Cosa è cambiato?

“Guarda. Innanzitutto la definizione pop-rock mi piace. Perché noi vogliamo essere rock nella misura in cui si tratta di essere rivoluzionari nella quotidianità. Ma vogliamo essere anche pop, popolari, arrivare alla gente. Quanto al fiorire di una nuova scena indie, la questione è complessa. Sicuramente c’è un ricambio generazionale naturale. E poi l’emergere di tutti questi cantautori può dipendere anche dal fatto che tener su una band, economicamente, è sempre più difficile. Infine, credo che i tempi siano un po’ più duri per tutti, rispetto a dieci, vent’anni fa. È normale che un registro che parli più all’intimità colga nel segno”.

Non a caso avete chiamato Dente a cantare nel vostro Bungiorno Buonafortuna.

“Già. Lo abbiamo conosciuto un paio di anni fa a Salerno, e siamo diventati subito amici. Quando abbiamo scritto il pezzo ci è sembrato che l’ultima parte, questa carrellata di elementi tra empatia e grottesco, fosse ideale per la sua poetica e la sua voce. Quando lo abbiamo chiamato ha preso un treno ed è venuto. Proviamo, ha detto, e ha funzionato”.

Ultima cosa. L’Italia è piena di giovani band che cantano in inglese. Voi avete cominciato così, ma, comprensibilmente, il successo lo avete ottenuto passando all’italiano. Come è avvenuto il passaggio?

“È stato un processo lungo. Quando sei giovane è normale cominciare dall’inglese, per la roba che ascolti tutto il giorno. Poi maturi, e capisci quanto è necessario comunicare con le persone che hai davanti. I gruppi italiani che continuano a fare musica in inglese dopo anni e anni, senza mai provare a mettersi in gioco andando a suonare all’estero, un po’ mi mettono tristezza. Dovrebbero avere la voglia di vedere se vengono capiti, accettati, rifiutati. E invece no. Io per esempio stimo molto Marco Fasolo, dei Jennifer Gentle, anche se non amo molto la musica che fa. Si fa un mazzo così per portare avanti il suo progetto, le canzoni sono in inglese ma va sempre in tournee in America, ormai fa parte a pieno titolo di una certa scena. Detto questo, chissà che prima o poi non lo rifacciamo, un disco in inglese. Ma solo se potremo promuoverlo bene fuori dall’Italia, solo se potremo andare a sputtanarci in giro per il mondo”.

lunedì 2 agosto 2010

I Baustelle a Spoleto


Di seguito la recensione al concerto dei Baustelle a Spoleto di martedì 27 luglio, uscita sul "Corriere dell'Umbria" del 29 luglio.




Raccontatelo a qualcun altro che è il ventisette di luglio. Noi che stasera siamo venuti a sentire i Baustelle a Spoleto lo sappiamo che non è vero. Per piovere non piove, anche se l’ha fatto per un buon pezzo di pomeriggio, ma c’è un’aria gelida che ti morde la faccia, e il vento che s’alza ogni tanto ti entra nel profondo delle ossa. Con questo freddo il concerto si svolge in un clima surreale, lo patisce la gente e lo patiscono pure i musicisti sul palco, anche se la bella Rachele Bastreghi, nel suo tubino a righe molto Sixties che gli lascia scoperti molti centimetri quadrati di pelle, non fa una piega.


Gli altri sono tanti, per trattarsi dei Baustelle, visto che al trio reduce della formazione originale – Rachele, appunto, più Francesco Bianconi e Claudio Brasini – se ne aggiungono ben cinque, di musicisti: basso, batteria, chitarra, tastiere e fiati. Una piccola orchestra, insomma. Tutta un’altra dimensione rispetto al minimalismo degli esordi, quando dal vivo, in effetti, la band toscana faticava non poco a reggere i livelli raggiunti in studio. Ma oggi sono in otto, là sopra, e allora stiamo a vedere come se la cavano.


Al terzo giro tocca già a Le rane, il pezzo più trascinante del nuovo disco, non a caso scelto come secondo singolo e con un bel video in rotazione già da un po’, e in un batter d’occhio la platea si disfa e tutti, o quasi tutti, s’ammucchiano sotto il palcoscenico a ballare. “Avete fatto bene, a star seduti faceva troppo freddo”, dirà subito dopo Bianconi. Che del terzetto sembra quello più in forma. Canzone dopo canzone dimostra che nel tempo non è cresciuta solo la qualità della sua scrittura, ma anche la sua capacità di giostrare puree dal vivo i registri di una voce bella, baritonale e complicata. Forse ha studiato meno lady Bastreghi, invece, che se quando canta nei dischi riesce a costituire un valore aggiunto indiscutibile alle canzoni dei Baustelle, in versione live, alle prese con le sue tracce vocali sempre parecchio impegnative, appare il punto debole del gruppo. Brasini, dall’altra parte, più o meno fa il suo, mentre l’affiatamento dell’ensemble allargato si manifesta solo a fasi alterne.


Però la gente, comunque tanta e comunque entusiasta, non ci fa troppo caso, canta le canzoni a memoria e reclama a gran voce quelle vecchie, e alla fine, “perché ce la chiedete sempre da subito e a noi piace essere un po’ cattivi”, viene accontentata con una potente Gomma, classico pescato dall’esordio Sussidiario illustrato della giovinezza del 2000 che dopo meno di due ore chiude degnamente il concerto. Questa notte di un luglio travestito da novembre ribadisce il concetto: i Baustelle, senz’altro tra i migliori autori e interpreti di canzoni della loro generazione, li apprezzi di più se li ascolti su disco. Freddo o non freddo.


venerdì 5 febbraio 2010

la nausea



ok. basta classifiche, stavolta basta davvero.

scrivo lo stesso perché oggi sto male e quando uno sta male e rimane a casa ha il diritto di non lavorare e quindi, per esempio, di scrivere sul suo blog su cui non scrive ormai da tempo. in realtà la realtà è un po' diversa. perché anche quando non sto male e posso lavorare io di solito tendo a non muovermi da casa, e poi perché oggi, nonostante il malanno che mi costringe a stare a casa, un po' lavorerò, in ogni caso. si può fare, se una parte del proprio lavoro è leggere libri. quindi finirò di leggere questo romanzo di cesare de marchi che nei prossimi giorni recensirò per europa, questo la vocazione scritto bene, un po' old fashion e per ora un po', tocca dirlo, povero di sensi. vedremo che ne sarà, dopo l'ultima pagina.

sto male, dicevo. ma male male? no. influenza. ce l'ha avuto il babbo, ce l'ha avuta la mamma e ce l'ha avuta pure mia cognata. non ci vivo più con loro, però basta poco, basta una visita veloce veloce per farsi montare le spazzole (e non le spatole, come riteneva fino a poche settimane fa un mio vecchio amico di vostra conoscenza) dei tergicristalli dal genitore a cui sempre è spettato questo genere di cose, bastano dieci minuti e il virus ti si accozza addosso e non ti lascia scampo.
influenza, quindi. quella col vomito e tutto il resto? quella. ma senza vomito e tutto il resto, per il momento. una volta nella vita voglio pretendere dal mio sì deperibile corpo una resistenza fiera e ostinata: voglio sintomi lievi, nausea ma non vomito, un po' di giramento di palle ma non tutto il resto.

di che vogliamo parlare, allora? di poco, di poco, che ve l'ho detto che sto male, e quando uno sta male non c'ha mica voglia di stare a discutere per ore di questo o di quello, e manco di scriverne, se è per questo. quindi, buttiamola un po' sulla musica. perché certo, una settimana fa è morto uno dei più grandi scrittori del novecento e probabilmente uno dei più influenti nella storia della mia vita, ma dopotutto ho già detto la mia sul giornale, e volendo la trovate pure su internet, perciò niente salinger, pace all'anima sua.

musica. bene. una parola su un disco uscito da un paio di settimane e che dovreste ascoltare. è end times degli eels (qui trovate una recensione del bravo gabriele benzing su ondarock), ed è un bel disco. cantautorato quasi puro, mr e che concede poco al rock e al blues e si avvicina dalle parti di lou barlow e del dylan di blonde on blonde. una specie di concept album su questa tizia che deve averlo appena lasciato, ma ad appena sette (sette? più o meno) mesi di distanza da hombre lobo questo grado di qualità non era da dare per scontato.

quanto ai concerti, invece, cominciate a venire domani al norman a sentire gli zen circus. suonano bene, da un po' hanno deciso di incrociare il loro rock folkettone a liriche italiane e non più inglesi, e poi c'è questa canzone fatta con nada che impreziosisce il loro ultimo album.

poi - non prima di vecchioni a foligno il 19 febbraio ed elio ad assisi il 22 - c'è un marzo di fuoco, che per me finirà con la partenza alla volta della capitale dell'impero. vado a new york, già. ma questa è un'altra storia, e non ve la racconto, o non adesso.
marzo, dicevo. piazzoli e compagnia hanno pensato di fare una specie di rassegna di nuova musica d'autore italiana alle quattro torri. proprio così, alle quattro torri. pare che ci sia un auditorium fico, e ci fa suonare brunori sas (il 18) e dente (il 25). anche qualcun altro, ma non so ancora chi né quando.
sempre a marzo parte il tour degli afterhours nei teatri. non dovrebbe essere male, e ci sono una manciata di date piuttosto vicine: ascoli (il 3), bologna (il 10), firenze (il 20), roma (il 23) e cesena (il 27).
il 12, invece, c'è moltheni che suona a roma, a radio rai 2. chissà se l'ingresso è aperto al pubblico. eh, patti? tu potresti andarci ma non ci vai, scommetto.
infine, il sorprendete tour da solista di phil selway, noto per essere il formidabile batterista dei radiohead. a breve uscirà il suo album (a cui hanno collaborato glenn kotche e pat sansone dei wilco, non so se mi spiego), e ha deciso di lanciarlo con un piccolo giro d'europa. il bello è che questo giro se lo farà quasi tutto in italia: il 28 marzo è a firenze, il 30 a bologna e il 31 a roma (sono solo le date più vicine a perugia, freghi). ma io il 29 parto, e me lo perdo. dannazione.

poi ci sarebbe il capitolo wilco, coi loro concerti tra italia e spagna di fine maggio. ma ne riparleremo tra un po', che ora s'è fatto proprio tardi, e devo chiamare la chiara per dirle di riportarmi una scatola di plasil, quando torna dal lavoro.





giovedì 10 settembre 2009

Dozzini intervista Agnelli


la versione ridotta di quest'intervista è stata pubblicata dal "corriere dell'umbria" lunedì 7 settembre. qui c'è qualcosa in più, qualcosa che per qualcuno risulterà stuzzicante, immagino.
saprete dirmi il vostro pensiero al riguardo.


L’ha gridato a Sanremo, l’ha gridato sui palchi d’estate, continuerà a farlo ancora per un bel po’: in questo momento Manuel Agnelli vuole far qualcosa che serva. Sentirsi utile. «Sono un uomo adulto», dice, «voglio avere un ruolo nella società». E andar al Festival, attirandosi addosso gli strali dei critici e dei fan duri e puri, per gli Afterhours deve aver significato esattamente questo: far qualcosa che serva. L’utilità della loro partecipazione andava vista tutta in prospettiva della raccolta a cui la canzone avrebbe fatto da traino. Stesso nome, Il Paese è reale, stesso spirito: diciannove artisti abituati ad abitare il sottobosco musicale italiano a cui offrire un po’ di ribalta.

A distanza di sette mesi dalla loro discussa apparizione nel più grande baraccone delle canzonette lo spirito non cambia. D’altronde il Paese è più reale che mai, la crisi dicono che stia passando, ma la gente non se ne accorge, e non se ne accorgerà ancora per un bel pezzo. Manuel Agnelli ha voglia di parlarne, ha voglia di parlare di un sacco di cose. Del suo Paese e della sua paternità, del suo futuro e della sua band, e persino di quel giorno di luglio di dieci anni fa in cui Michael Stipe gli dedicò una canzone dal palco dello stadio Dall’Ara.


Il tour è quasi finito, ancora una manciata di date fino agli inizi di ottobre e poi si vola in California a portare un po’ di bel canto ai paisà d’Oltreoceano. Ma gli ultimi mesi, per gli Afterhours, sono stati particolarmente intensi. La scelta di andare a Sanremo, loro a cui senza dubbio manca il piglio autoironico di Silvestri o di Elio, gli è costata parecchio in termini di sostegno da parte dei più intransigenti tra gli addetti ai lavori, ma l’obiettivo di far arrivare a più gente possibile il messaggio di disagio e di voglia di darsi da fare per dare il proprio contributo a cambiare in qualche modo le cose forse è stato raggiunto. Se è vero, per esempio, che qualche settimana fa un verso de Il Paese è reale è finito nella striscia rossa della prima pagina dell’Unità. Mica male per dei tizi che non sono mai stati esattamente degli alfieri del combat rock. Loro l’hanno scannerizzata, quella prima pagina, e l’hanno schiaffata nel sito ufficiale. Pure questo gli è valso qualche critica, agli Afterhours


«Perché è il giornale di un partito politico» spiega Agnelli. «Ma non c’entra niente. Per noi è stato fonte di grandissimo orgoglio. Si tratta di un quotidiano nazionale molto importante, ed è un segnale significativo che abbia mostrato quest’attenzione a una canzone. E che in particolare si tratti di una nostra canzone per noi è una grande soddisfazione. Dentro a questo brano c’è tutto lo spaesamento per una situazione, come quella attuale, senza più punti di riferimento, c’è la delusione, la disperazione. Che l’Unità ne abbia ripreso un verso in prima pagina è un’emozione, e un onore».


Il Paese è reale è anche una compilation che raccoglie pezzi di una buona fetta della migliore musica indie italiana d’oggigiorno. In pratica ve li siete caricati sulle spalle, e c’avete messo pure la faccia, andando a Sanremo. Dal Tora! Tora! in poi quest’attenzione per quel che accade intorno a voi, tra gli altri musicisti, è ormai una vostra costante.


«Sì, c’è continuità con quello che abbiamo sempre fatto. Per me fare il musicista è molto importante, alla musica dedicherei tutta la mia vita, ma sono anche un uomo adulto, che vuole avere un ruolo nella società, vuole essere utile. Quelli della nostra generazione hanno tutti iniziato auto-producendosi, facendo grandi sacrifici. Sappiamo come vanno le cose, insomma. E dare il nostro contributo per fare arrivare al pubblico artisti che altrimenti non avrebbero spazio è importante. I media, ormai da tempo, hanno altro a cui pensare. Per noi anche questo è fare cultura. E per questo un po’ di polemica, per attirare l’attenzione, certe volte è salutare. In certi momenti occorre prendere posizione. Può essere rischioso, si può sbagliare, ma bisogna farlo».


Per quanto tempo ti vedremo ancora fare la rockstar sul palco? In altre parole, a settant’anni Agnelli si vede più come un satanasso, come Mick Jagger, o come quel ricercato chansonnier che sembra essere diventato Iggy Pop?


«Ti direi che spero di battere entrambi, a settant’anni, di essere meglio di loro, visto che non lo sono adesso né lo sono stato a vent’anni. Scherzi a parte, dipende da quanto il mio modo di comportarmi mi farà sentire e mi farà percepire grottesco. Vivo la musica con sincerità, la faccio in maniera viscerale. Credo che se a un certo punto non mi sentirò più a mio agio col rock mi metterò a fare cose più intime, che d’altronde mi piacciono molto. È fondamentale fare le cose in cui ci si riconosce, l’atteggiamento viene di conseguenza».


A proposito di intimità. Nel vostro ultimo album, I milanesi ammazzano il sabato, si può riconoscere una sorta di disco nel disco, quasi un concept-album sotto traccia sulla tua paternità. Pare che t’abbia davvero cambiato la vita.


«Sicuramente. E so che si tratta di una cosa talmente personale che è difficile da trasmettere. Chi l’ha vissuta magari capisce quelle canzoni, gli altri faticano. È ovvio che un ventenne, per dire, non ci si può riconoscere. Ma io non posso fare a meno di scrivere di me, o comunque di esprimere il mio punto di vista su gli altri e sulle cose. Ho la fortuna di avere gente che m’ascolta, gente che mi fa domande, e di scrivere canzoni solo quando ho bisogno di farlo. E poi, a quarant’anni, senza voler fare per forza il ribellista cosmico, mi piace l’idea che non tutto quel che faccio venga recepito subito».


Gli Afterhours, oggi, sono solo Agnelli e Prette più altri tre o anche Ciccarelli, Dell’Era e D’Erasmo possono essere considerati membri della band a tutti gli effetti?


«Gli After sono una band con dei ruoli, e questo è inutile negarlo. Se dicono che io sono il leader, sono d’accordo. Sono io quello che spinge di più, quello che l’ha formata. Ma tutti gli altri sono fondamentali. Nessuno ha particolari problemi di ego o di insoddisfazione. Chi se n’è andato (gli ultimi, in ordine di tempo, il “Lombroso” Dario Ciffo e il “Mariposa” Enrico Gabrielli, ndr) forse questi sentimenti li aveva sviluppati nel tempo. Ci sono dei ruoli, insomma, ma siamo una band vera. Il suono di ognuno, la personalità di ognuno, contano tanto. Negli ultimi live puntiamo a costruire una grande tensione, prima ancora che all’esecuzione. Potresti vedere dieci concerti con la stessa scaletta, e sentire dieci concerti diversi. Ogni volta che saliamo sul palco, quel che conta è la tensione che si crea tra noi».


A metà ottobre gli Afterhours sbarcano a Los Angeles insieme a gente come Franco Battiato, Linea 77, Negrita, The Niro e altri ancora. Hit Week Los Angeles: una specie di cantagiro sulla West Coast?


«Spero di no. In realtà si tratta di un progetto molto interessante. La spinta è venuta dalla comunità italiana locale, ma non sarà una manifestazione fatta solo per gli italiani d’America. Quando andiamo negli States noi abbiamo il nostro bel circuito di club in cui suonare, e la cosa funziona. Stavolta abbiamo voluto provare a fare qualcosa di diverso, e quest’idea ci sembrava buona. La nostra speranza è che si riesca a rappresentare la musica per la musica, non un’italianità grezza, in modo un po’ macchiettistico. Non ci interessa essere lì per una questione di bandiera, però essere italiani nella nostra musica conta, è una questione di radici, di cultura, che si sente».


Si chiude con l’amarcord. Perché non a tutti i musicisti di casa nostra è capitato di calpestare lo stesso palcoscenico che pochi minuti dopo sarebbe stato calpestato da gente come Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills. In altre parole, i Rem. A Manuel Agnelli sì. È successo dieci anni fa pressoché esatti. Luglio 1999, stadio Dall’Ara di Bologna, giornata di musica memorabile: Afterhours, Wilco, Suede e Rem tutti in una volta, gli uni dopo gli altri, da metà pomeriggio a notte fonda. Bill Berry se n’era appena andato, e i Rem erano diventati da poco quel “cane a tre gambe” che sono ancora oggi. Dieci anni non sono uno scherzo. Ma Agnelli se lo ricorda bene, quel giorno.


«Ricordo che gli Suede furono molto simpatici, e che il cantante degli Wilco stava male, quasi svenne sul palco. Ricordo che i Rem furono grandiosi. Prima del nostro concerto Mills e Buck entrarono nel nostro camerino portandoci i loro cd, come fossero una band sconosciuta che voleva farsi conoscere. Dovemmo spiegargli che ce li avevamo tutti, i loro dischi, Ciccarelli aveva pure portato qualche vinile da farsi firmare. Poi ascoltarono tutto il nostro concerto da bordo palco, insieme a Anderson e agli Suede: dissero che gli eravamo piaciuti molto. Infine, Stipe, ci dedicò una canzone. Era Gardening at Night, ricordo benissimo. Erano persone alla mano, interessate alla musica degli altri. E ci diedero un grande insegnamento che ci portiamo dietro ancora adesso: si può essere professionali senza essere isterici. Grandiosi».

lunedì 6 aprile 2009

elvis

lui di nome fa elvis, perché suo padre era un grande fan di presley. gli è capitato di nascere un annetto prima della morte del rocker americano, e di farlo in una famiglia d'artisti mezzi svitati.
il padre, tra le altre cose, era un attore famoso, uno con una faccia su cui volenti o nolenti ci imbattiamo di frequente tutt'ora, uno che è stato icona e appestato, uno che si chiamava anthony perkins.
la madre di elvis, invece, aveva un altro bel mestiere: fotografa per life. insomma, ci capiamo. bene, a lei toccò in sorte un vortice della storia mica da ridere: passeggera di uno dei voli che terminarono la propria corsa contro le twin towers, l'11 settembre del 2001.
dunque, questo elvis perkins non deve aver avuto una vita troppo semplice.

ascoltate quel che ha deciso di diventare da grande. ne vale la pena.

take care

sabato 20 dicembre 2008

starai meglio. presto.

tedeschi che cantano in inglese, sarebbe meglio di no.
ma se il panorama musicale è quel che è, e per una volta fai finta che myspace e il p2p e internet tutto non esistano e decidi di fidarti incondizionatamente di un consiglio del tuo venditore di dischi di sempre, se così stanno le cose, insomma, allora puoi anche decidere di ignorare le carte di identità e ascoltare e nient'altro.
get well soon.
perché no?

martedì 22 luglio 2008

quei rapidi movimenti degli occhi


A dispetto di quanto sostenga Bozzi ormai coi Rem ho una specie di rapporto confidenziale. Cinque incontri in una vita non sono poi così pochi, no? È per questo che ieri non sono stato travolto dalla temperie di emozione incondizionata che invece hanno subito riconosciuto molti dei miei compari. La Chiara, che era completamente fuori di sé. Lo stesso Bozzi, che ormai mancava all’appuntamento con i Nostri da cinque anni. La Pasqui, che rideva e ballava, e poi la Patti, che ballava più seria, e la Dj, il Meuri, Cuginandia, la Cla, tutto il mondo. Focaia è un caso a parte, ovviamente.

Insomma, parte il riff di Living well is the best revenge e già capisco che c’è qualcosa che non va. Urlo, sento il cuore che batte più forte di quanto dovrebbe, ma non ho dubbi. A metà canzone mi accheto, e metto a fuoco il problema. Su un piano più generale, si sente male. Nello specifico, la voce di Stipe è flebile e metallicamente gracchiante. Allora impreco, richiamo l’attenzione di Bozzi e del Meuri, ma loro tutto sommato se ne fottono. A ragione, penso io. Finisce la prima canzone, per inciso una delle mie preferite del nuovo album, e parte Bad day. Confesso, un brano di cui avrei volentieri fatto a meno. Sono nervoso, mi dico guarda che sfiga proprio a Perugia il peggior concerto dei Rem. Poi ci sono due gruppi di idioti, uno un paio di file davanti a me e uno un paio di file dietro, che si dimenano a torso nudo, brutti, grassocci e con delle birre in mano che non possono fare a meno di far cadere in continuazione addosso a quelli che gli stanno intorno. Fatto singolare, ma che dovrà servire da monito in qualche modo in futuro, in entrambi i gruppi c’è uno che indossa un cappello di paglia a tese larghe. Due cow-boy del Medio Tevere di cui al momento non sentivamo il bisogno. Comunque, si va avanti. I pezzi scorrono veloci, Wake up-bomb stuzzica, Man sized-wreath (è lei la più bella di Accelerate) non me la godo. Drive, che ritengo un capolavoro, nemmeno. Mi girano le palle. La voce di Stipe è sempre sporcata da qualche tecnico del suono poco scaltro, e il mixaggio complessivo fa acqua. Vedo i miei amici che si divertono, e mi sento un Calimero che vede crollare anche l’ultimo baluardo di gioia indubitabile. Un concerto dei Rem: cosa potrebbe esserci di meglio, nella mia vita?

Forse il mio nervosismo traspare, forse no. Più probabilmente, nessuno si pone il problema. Ma a questo punto arriva l’atteso colpo di scena. Coincide con il primo passaggio verbale di più di tre parole di Micheal Stipe. “Questa è stata scritta per un orribile governo del nostro Paese”, dice più o meno. E parte Ignoreland. Una delle canzoni meno conosciute di Automatic for the people, una delle tre o quattro, per intenderci, che Bozzi ritenne di non includere nella cassetta con cui mi fece conoscere meglio – meglio rispetto a Losing my religion - i Rem sedici anni fa. Sul lato A c’era Automatic, appunto, sul lato B Out of Time. Qualche anno dopo avrei portato il testo di Ignoreland a scuola, alla mia prof. di inglese che ci chiedeva alternative ai suoi Beatles e al suo Bob Dylan, per studiarli e ascoltarli in classe. Se non ricordo male disse che era troppo volgare, e la bocciò. Ci sorbimmo invece The Rhyme of the ancient mariner (ispirata a Colerdige, sì) dei Metallica o di qualche altro gruppo ruttante del genere, proposta dal buon Larry. Insomma, ecco Ignoreland ed ecco che dentro di me qualcosa si scioglie. Lo percepisco, e me ne rallegro. A un certo punto infilo la mitragliata di parole che segue l’unico inciso, quello melodico (if they werent’ there we would have created them…), della canzone, e mi sento bene. Anzi, mi sento bulo, e quindi bene. Da lì è tutta un’altra storia. Il cuore del concerto è bello e il culmine è Let me in, quando la voce di Stipe si alza ad accarezzare le ali di Cobain, appeso su in cima, da qualche parte. Bene, bene, la Chiara è sempre più fuori, Bozzi scompare, Andrea litiga col cow-boy delle retrovie, il Meuri scioglie la stretta delle sue braccia incrociate sul petto (!), s’alza un vento gelido ma la mia gola poco più che punge.

Poi c’è la pausa, e comincia, dentro di me, il conto alla rovescia. Manca Losing my religion, e la faranno. Manca Supernatural superserious, e la faranno. Manca Man on the Moon, e ci chiuderanno. Ne restano un altro paio. A cosa toccherà? È qui il bello. Non c’era troppo da aspettarselo, ormai. Dopo Driver 8 – “l’ho scritta a 23 anni”, quando io mi facevo bocciare due volte a diritto del lavoro, cazzo – quella che Stipe definisce “la terza canzone che abbiamo scritto”. Gardening at night, butto là io. No. Dalle note iniziali fatico a riconoscerla. Ce l’ho, so qual è, ma serve qualche attimo. La Pasqui mi irride, questa non la sai manco tu, dice. E invece no. È 1.000.000. Da Chronic Town. Roba dell’altro mondo. Ma il meglio era arrivato cinque minuti prima: Stipe dice che sono contenti di essere tornati a Perugia (dopo quasi vent’anni, era il 1989), poi si fa da parte e annuncia Mills alla voce. È Rockville. Lo so perché è la canzone che canta Mills dal vivo. Almeno negli ultimi tempi. E se fosse Texarkana, chiede Bozzi. Tesi legittima e tenera insieme. Nel disco tocca a Mills, ma ormai non la fanno più. Via con la chitarra country, allora, è proprio il pezzo che il gioviale Mike scrisse un quarto di secolo fa per una ragazza che lo aveva lasciato per tornarsene “where nobody says hello, they don’t talk to anybody they don’t know”. Non Milano, non – come direbbero i nostri amati fuorisede – Perugia. Ma Rockville, per l’appunto. È il mio tripudio. Il milione di anni da vivere e l’uomo sulla luna a cui dedicano il gran finale mi scorre addosso in surplace. Anche stavolta è andata. Quei tre, simpatici, empatici, capaci di costruire ponti di energia tra sé e la gente là sotto, sono i miei migliori amici. Da quindici anni e passa. E I know it might sound strange but I believe they’ll be coming back before too long.